Il Mandorlo: la storia di un albero di Puerto Madryn


Traduzione: Giannina Costa


Questa è una storia che viaggia. Miguel Oyarzábal l’ha raccontata in quasi tutte le scuole di Puerto Madryn. L’attrice Delia Maunás l’ha raccontata a Buenos Aires, Venezuela, nei Caraibi, en el Messico. Si è difusa con la radio e con le cassette che vanno di mano in mano. L’altro giorno, un’amica, maestra, mi ha chiamato della mia vecchia Villa Domínico dicendomi che a fatto sentire ai suoi alunni “Il mandorlo”, e che i ragazzi, pieni di emozione, hanno disegnato mandorli in fiore che non hanno niente da invidiare a quelle di Van Gogh. Io sono il primo sorpreso per la forza e la vitalità di una storia tanto semplice, tanto piccola. Sospeto che la storia è magica.


“A las aladas almas de las rosas
del almendro de nata te requiero
que tenemos que hablar de muchas cosas
compañero del alma, compañero”

Miguel Hernández


Agosto del 1984. Affittavo un piccolo appartamento contiguo alla casona di Donna Filomena Moccio. Ottant’anni appena compiuti. Lo sguardo dolorosamente celeste. Un’anziana dal corpo fragile, memoria incorrota e fortezza di rovere. Viveva sola. Io, pure. Pochi mesi doppo sarebbero arrivati l’amore, lo sposalizio, il primo figlio. Ma non lo sapevo ancora. Lavoravo e studiavo e non avevo mai tempo. Donna Filomena, sempre rigorosamente vestita di nero e sempre con il rastrello o la pala in mano, mi vedeva passare per il suo giardino-orto, indaffarato con i miei atrezzi da idraulico o i miei libri di diddatica e pedagogia. A volte si parlava. E’ una maniera di dire. In realità, Donna Filomena parlava ed io mi limitavo a sentirla. A volte con pacienza, già chi Filomena mi raccontava sempre la medesima storia: il suo sposalizio per procura ai trant’anni, la difficoltà per radicarse nel Madryn di quel tempo, l’arrivo dei figli, i sacrificci, lo atraziante dolore per la mancanza della madre e delli altri familiari; i mandorlirimasti là, a Mola di Bari, per sempre. La morte dello sposo. E qui, con matemática precisione, Donna Filomena scoppiava in pianto. Ed io cercava di consolarla, inútilmente, maravigliato da quella fedeltà che non si ocupaba in detagli, come quello della medesima morte.
Un pomeriggio, bellisimo, come anticipando la primavera, arrivo carico di livri e vedo Donna Filomena, pala in mano e decisa ad intercettarmi il passo, con la solita storia a fior di labbra. Ma io era deciso a continuare il mio camino o, per lo meno a cambiare una volta di tema. Guardai disperatamente in torno, cercando inspirazione e lì... lo vidi: il più bell’albero di Puerto Madryn. Coperto da mille e mille fiori bianchi. Era come una festa silenziosa.
- Ciao, Donna Filomena... Che bell’albero quello lì!
- Quale? Il mandorlo? – e quando vidi i suoi occhi riempirsi di lacrime, seppi che avevo perduto nuovamente.
- Vuoi che ti racconti la storia di quest’albero?
- ...bene, Donna Filomena...la sento, pero ho molto lavoro e ...
- ...lavoro, lavoro... Che ne sai tu cos’è lavorare...Bighellone... ieri sera ti sei portato la fidanzata...
- No... era una compagna di...
- Andiamo, andiamo!
- ...la storia, Donna Filo...
- Che storia?
- ... quella dll’albero...
- ...Ah, sì! Quando mi sono sposata... Ti ho raccontato che mi sono sposata per procura e che...

Per il bene della pazienza del lettore, passiamo alla narrazione indiretta.

I primi anni, i piu difficili, la difficoltà per radicarsi, l’imparare uno idioma sconosciuto, il guadagnarsi il rispetto dei familiari e vicini, erano trascorsi. Filomena era già un’abitante in più di quell’ incipiente Puerto Madryn. Aveva construito la sua casa, spalla a spalla con il marito. I tre figli erano nati e la lenta prosperitá americana era in corso.
Un giorno, quando Nicola, il figlio più grande aveva otto o nove anni, Filomena ricevette una lettera di Mola di Bari. Da sua madre. Dai suoi mandorli. La lettera, di sforzata calligrafia, portava la più bella delle notizie: “figlia, ti vengo a visitare. Fra tre mesi sarò lì. Voglio conoscere le miei nipotini”. Forse non siano le parole esatte, però non è difficile imaginarli così, o somiglianti. Così come non è difficile immaginare l’allegria di Filomena, inmediatamente contagiata ai tre figli:
- Viene la nonna! Viene la nonna d’Italia!
Quelli che seguirono furono mesi febbrili, mesi di laboriosa festa. C’era tanto da fare: preparare la stanza per l’illustre visita, finire l’intonaco della parete divisoria, dipingere di bianco immacolato il fronte della casa, preparare la marmellata di pomodori a tempo, piantare finalmente quei rosali... Tutto lo fecero, tutto. Era la forma migliore di fare trascorrere il tempo, rapido, rapido.
Ed il tempo trascorse. Mancavano settimane, chissà pochi giorni, quando arrivò un pacco. Io, cresciuto tra italiani, posso immaginarmi le faccettte piene di stupore e di gloriosa attesa che avevano i bambini davanti a quel misterioso pacchetto, che, attraversando l’Atlantico, chissà che tesori traeva. Era quella una curiosa abitudine di inviare pacchi da un continente all’altro. Ricordo quelli che mandava mia nonna: c’erano torroni preparati in casa, conserve di melanzane e pomodori e un sacchetto di semi di sesamo che ocultaba la vera ragione del pacco: un biglietto da centomilla lire o la catenina con la medaglia, con il nome del nuovo nipotino, inciso in oro da quattordici carati.
E quel pacco, ricevuto da Filomena, doveva essere somigliante. In più portava una lettera, chissà cosa diceva a parte dei contrattempi, delle malatie. La nonna non veniva. Mai più.
Ci sono delle tristezze che non si possono raccontare, e non per non averle vissute. Ma propio per questo. Ci sono tristezze che bisogna tacere, in compagnia. Restiamo zitti accanto a questa tristezza.

La vita riprese il suo corso normale: tra i regali venuti da Mola di Bari, il più apprezzato da Filomena era un sacchetto di mandorle. Di quei mandorli! Erano mandorli grandi, dolci, uniche. Filomena voleva farle durare il più possibile.
- Io davo una mandorla al giorno ad ogni figlio. Né una di più né una di meno...- Filomena ripeteva davanti a me il gesto, quarant’anni dopo. Era como distribuire ostie consacrate.
Un giorno, Nicola, il maggiore dei figli, entra in cucina dove Filomena impastava gli spaghetti di quel giorno. Dalla maniera di camminare e di guardare sua madre, si capiva che recaba una missione più che pericolosa.
- Mamma...potresti darmi una mandorla? ...una sola...
- Ma no, signore. Io a lei le ho già dato quella che oggi le spettava. E vuoi che cosa volete, si può sapere? – la domanda era rivolta agli altrio due figli che, timorosi, sporgevano il capo dal vano della porta. Non ho mai saputo come fanno le madri italiani ad occultare la loro tenerezza sotto quella ferocità degna di cause migliori.
- Mamma... – s’incoraggiò Nicola – Vogliamo una mandorla, una sola... ma non per mangiarla...
- E per che cosa la volete, vediamo?
- Per piantarla, mamma. Per fare crescere un albero grande, mamma. Così quando cresca e diventi grande, grande, sentiremo che lì c’è la nonna, la nonna che è finalmente arrivata. Su, mamma. Una mandorla. Una sola.

Il resto della storia non fa bisogno raccontarlo. Il mandorlo è lì, pieno di fiori bianchi.

Io so che Lei è molto occupato. Ma si prenda un attimo. Vada a vederlo. È lì, vicino, all’angolo di Via 9 de Julio e Alvear.
Ci sono molte storie tristi. Ma sono poche quelle con un finale così felice. Come dicono i musulmani: le vie del Signore sono misteriosi, infinite ed inscrustabili.

Quelle dell’amore, quelle delle tristezze che ci reca l’amore, pure.

In memoria di Donna Filomena Moccio
Puerto Madryn, Agosto de 1998.

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